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29/01/2015
29 gen 2015

Dagli Amor Fou ai Thegiornalisti: da Rockit a X Factor: dall’indie ai talent: ecco tutti i passaggi

Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sui talent show, spiegato da Alessandro Raina

Intervista Esclusiva di Rockit
Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sui talent show, spiegato da Alessandro Raina
29/01/2015 di  Nur Al Habash

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Abbiamo intervistato Alessandro Raina per farci raccontare un talent show come X Factor dal punto di vista di qualcuno che ci ha lavorato: ci ha raccontato della forza della lobby gay, della presunzione e del talento, che è nascosto ma c’è. Una lunga lettura che vi chiarirà le idee su come funzionano le cose in tv, e dentro le etichette major.

 

Iniziamo subito andando dritti al punto: X Factor. Com’è iniziato tutto, e che impressione ne hai avuto?
Premettiamo che io X Factor non l’ho mai seguito. Ho seguito solo l’anno in cui vinsero gli Aram Quartet e Giusy Ferreri arrivò seconda e la stagione di Mengoni. Mai e poi mai mi sarei immaginato di arrivare in quell’ambito se non come autore, ma non per un atteggiamento snob. Non sono mai stato critico verso questo genere, magari di più verso Amici, che però paradossalmente ho seguito di più per capire come funzionassero le lezioni di canto.
Quindi sono approdato a X Factor di punto in bianco, quando mi arrivò questa chiamata da Giulio Mazzoleni, un ex collaboratore della Universal che nel frattempo era entrato nello staff di Mika, il quale si ricordava di me perché avevamo fatto insieme la promozione dell’ultimo disco degli Amor Fou, in particolare una cosa che avevamo fatto per Vanity Fair. Quando a X Factor si è deciso di inserire queste nuove figure, i producer, lui ha proposto uno come me che nell’ambito era un elemento nuovo, un po’ diversa, che veniva da un ambiente molto più alternativo degli altri proposti, più giovane e con un’attitudine magari più “internazionale”, credendo quindi che a Mika potesse piacere questa cosa. Nella realtà in effetti è andata così, senonché quando sono andato a fare il mio colloquio al Forum di Assago nel mese di agosto, me ne andai furibondo perché il tutto durò tre minuti dopo una attesa di 4 ore, con Mika che mi dava le spalle preparando un tè e io che cercavo di riempire questi vuoti imbarazzanti. Dopo di me entrò Bertallot, rimase dentro 40 minuti e uscì abbracciato a uno degli autori, quindi per me l’esito era abbastanza chiaro, ma mi sbagliavo.
Che tipo di colloquio è stato?  
Mi hanno chiesto cosa non avesse funzionato l’anno prima secondo me, cosa ne pensavo di Mika e cosa ne pensavo delle sue scelte. Io gli ho spiegato semplicemente cosa ero capace di fare e cosa non ero assolutamente in grado di fare… quindi nel caso in cui mi fosse venuto in mente qualcun altro che potesse fare meglio di me, glielo avrei consigliato. Però, sulle cose che mi sentivo di saper fare, ero abbastanza sicuro di esser la persona giusta. Quindi ho detto a Mika che non ero un suo fan, che avevo sentito sì e no 2 o 3 suoi pezzi, e che quindi da parte mia non ci sarebbe mai stato un atteggiamento adorante o servile. Ho pensato sarebbe stato meglio dire la verità, senza cercare di fare il figo, anche se sinceramente ero molto fatalista perché pensavo che sicuramente gente come me non sarebbe andata bene per un contesto come quello di X Factor. Invece mi hanno chiamato dopo quasi due mesi, dicendomi che in realtà Mika non aveva più sollevato la questione perché aveva già deciso di prendere me (anche se questo non l’aveva capito nessuno), cosa che mi rivelò in un bellissimo incontro di due ore a casa sua in cui gettammo le basi della nostra collaborazione. In realtà nemmeno loro avevano chiarissimo in mente cosa dovesse fare un producer all’interno del programma; per loro è stato un esperimento legato al fatto che avessero necessità di affiancare i giudici con persone musicalmente competenti e con una età più vicina ai ragazzi, che sembrassero meno dei maestri, e che potessero interfacciarsi sia col giudice che con la macchina che produce le basi dei pezzi. Devi immaginare che X Factor è una grande città con tanti reparti che non sono in grandissima comunicazione tra loro, poi c’è il loft dove sono i ragazzi che è un mondo parallelo. A un certo punto tutti si interfacciano con tutti, e questo poi determina dei mega assembramenti al semaforo: per questo hanno cercato delle figure che potessero parlare in modo autorevole innanzitutto con i giudici (che sono come degli dei, a cui tutto è concesso e tutto possono decidere) poi con gli autori e che infine che passassero del tempo con i ragazzi tutti i giorni, ma non fossero dei vocal coach.

Quindi nella pratica di tutti i giorni, il tuo compito qual era?
Lavoravo con i ragazzi, seguivo le prove a volte da solo a volte con le vocal coach. A un certo punto siamo diventati come dei fratelli per loro, perché lavoravamo comunque cinque o sei ore al giorno per preparare le canzoni della puntata successiva; però poi tutti i concorrenti tiravano fuori altri problemi: avevano i dubbi, volevano ritirarsi, non trombavano, oppure avevano iniziato a non capire più da che parte stavano… insomma erano stressati. Quindi io dovevo fondamentalmente stare lì, ascoltarli e decidere quando dovevano fermarsi o quando dovevo cazziarli.

Quindi da parte tua c’era sia un supporto artistico sia psicologico
Super psicologico! Anzi da metà in poi più psicologico che artistico… perché questi ragazzi venivano dalle scuole di canto o dal piano bar, da progetti loro che non sono mai partiti del tutto, per cui alla fine avevano ripiegato sulle cover, oppure erano proprio ragazzini senza alcuna esperienza: c’è stata gente come Ilaria, che è passata direttamente dalla scuola di musica alla tv, quindi senza neanche aver mai cantato dal vivo prima di X Factor. A questi ragazzi devi anche un po’ raccontare cosa è la musica, o perché si scriva un certo tipo di canzone.

Quindi le persone che vengono selezionate dai talent show non sono dei musicisti, né degli artisti… sono principianti totali?
Alcuni sono dei musicisti: ad esempio Lorenzo Fragola, il ragazzo che ha vinto, è un musicista e anche bravo che suona duemila strumenti per passione, però nessuno di loro ha una grande idea di cosa voglia dire fare l’artista. Quindi chi magari è educato e più positivo prende il talent come una sorta di università: studia, e ti ascolta. Non capita spesso di poterti relazionare con mega artisti, insegnanti con alle spalle 30 anni di carriera e popstar internazionali: se uno lo prende così è veramente uno stage ultraformativo. Invece quelli che arrivano lì credendo che tutto sia una macchina costruita per lanciarli, ovviamente si perdono tantissimo… che vincano o che arrivino ultimi, è chiaro che se poi non abbiano un pezzo di grande successo il loro percorso è probabilmente un episodio. Mentre alcuni capisci che sono strutturati, scatta qualcosa per cui anche tra squadre, tra tutti, c’è la percezione di chi meriti davvero. È una cosa abbastanza naturale: prendi ad esempio Lorenzo, il terzo giorno che son stato lì dentro sono andato dal suo producer che è Fausto Cogliati, lo stesso di Fedez, e gli ho detto “guarda, sarà una coincidenza ma al contrario di altri, lui non l’ho mai visto cazzeggiare, suona e canta sempre”. In realtà questa è una sorta di selezione, se hai questa forma mentis, riesci. Se hai dei requisiti che “matchano” con quell’ambito lì, che è quello della ricerca di un interprete, puoi avere i presupposti per un grande successo, altrimenti fai un’esperienza. Utile non so quanto, probabilmente divertente se sei giovane, ma poi tra un anno o due tornerai nel tuo mondo.

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Hai detto una frase chiave, cioè che il fine ultimo del talent è la ricerca dell’interprete. Secondo te funzionerebbe in Italia un talent dove invece si tirano fuori degli artisti o dei musicisti veri? 
Per quanto riguarda i talent, secondo me si può fare tutto. Però quasi sempre tutti i concorrenti vengono da scuole di musica dove hanno studiato canto e basta, e non si rendono conto che stanno andando in una trasmissione televisiva dove la componente di immagine, l’attitudine, è fondamentale, perché sarai sempre ripreso e potresti andare a influenzare il voto degli spettatori. Questo secondo me vuol dire che la figura dell’interprete, proprio perché ha bisogno di una struttura attorno a sé, è sicuramente più gestibile in una situazione del genere. È l’elemento finale di un prodotto che consiste in un insieme di brani che deve arrivare al grande pubblico. La figura dell’artista più versatile, tipo il cantautore, teoricamente nasce già più completa, più preparata e quindi più consapevole, magari più esigente ed egocentrica, potrebbe creare delle dinamiche complesse da gestire e non per forza sarebbe appetibile per il pubblico generalista quanto dei ragazzi che cantano. Il meccanismo del talent televisivo deve essere una cosa di immedesimazione veloce: il cantante ti sta simpatico, lo vedi, ti identifichi, ti emoziona… la voce è un mezzo immediato. Questo funziona sopratutto in Italia, poiché non abbiamo una grande cultura di valorizzazione degli aspetti musicali. So che hanno spesso immaginato altri tipi di talent, però la figura del cantante giovane e anche un po’ ingenuo, naif, in cui ci si può immedesimare, funziona. Devono essere persone che alla fine ce la fanno, che seguono un percorso di crescita. E probabilmente il fatto che in questo momento il pubblico giovanile sia l’80% di chi vota, partecipa e crea i numeri, è il motivo per il quale la figura del cantante giovane e anche un po’ ingenuo corrisponde perfettamente alle richieste del programma.

Quindi è soprattutto una questione di marketing, niente di nuovo
Secondo me sì. Poi io ho guardato anche altri talent, come Masterpiece, quello degli scrittori che tra l’altro è una produzione di Lorenzo Mieli che è lo stesso di X Factor, dei Soliti Idioti, di Boris e di un sacco di altre cose. Ovviamente ha avuto un pubblico molto di nicchia e toccava leve completamente diverse; però finché c’è la tv, servono dei personaggi, anche a loro insaputa. E che siano ben assortiti.

Tireremo avanti con questi talent per altri 15 anni, come è successo col Grande Fratello?
Secondo me tireremo avanti fino a quando quella musica lì genererà profitto, il che sarà sempre più difficile perché ci sono sempre più golosi per una torta sempre più piccola. Però comunque, nel breve periodo, qualche numero questo sistema lo fa. Per un po’ di anni continuerà a crescere, poi avrà un calo fisiologico; per il mercato discografico italiano non penso ci saranno dei grandi sconvolgimenti. Ci sarà sempre bisogno di interpreti e il talent può essere uno dei modi per tirarne fuori uno bravo ogni dieci anni.

Parlando di interpreti, voglio chiederti anche un’altra cosa: se tu guardi agli artisti da classifica, gente tipo Laura Pausini, Emma Marrone o Vasco Rossi, quasi sempre gli uomini si scrivono le proprie canzoni, mentre le donne sono solo interpreti. La trovi un’osservazione giusta?
È un dato di fatto. L’unica cosa che posso dirti è che per quanto riguarda l’ultima generazione, partendo appunto da Emma che ha 30 anni, scendendo fino a laMichelin che ne non ne ha ancora 20, quasi tutte stanno esprimendo la volontà di diventare autrici: si son rimesse a studiare. Anche la stessa Malika Ayane, il suo ultimo disco è prodotto da lei, che ha scritto anche i testi. Quindi secondo me questa cosa qui cambierà.

Quindi il trend femminista del 2014 si riverserà anche nella musica italiana più commerciale?
Sì, ma secondo me c’entrano aspetti anche molto più cinici. Cioè di interpreti di successo ce ne sono molti, e quando arrivano da una filiera che già ha tanti personaggi attorno (autori, produttori, editori, etc), anche per delle mere considerazioni di guadagno, l’artista capisce che più riesce a mettere la sua mano in quello che fa, più guadagna e più può ambire ad avere qualcosa di più concreto che un successo momentaneo che il prossimo anno deve essere riposizionato sul mercato. Per questo, tutti gli interpreti stanno iniziando a chiedere punti, purtroppo non sempre a fronte di una reale collaborazione con gli autori.

Spieghiamolo per le persone che magari non lo sanno: i punti sono le quote dei diritti di ogni pezzo, giusto?
Sì, mirano a diventare co-autori del proprio brano. C’è uno scenario economico molto diverso oggi. Questo perché trent’anni fa se tu scrivevi due hit ci campavi 30 anni. Se avessi scritto “Tre cose” (il pezzo scritto da Raina e cantato da Malika Ayane, ndr) negli anni ’90, ci avrei comprato dieci case; oggi invece ne devo scrivere due all’anno di singoloni per garantirmi una buona qualità della vita. Non puoi mai mollare perché gli autori sono diventati sempre di più e ce ne sono anche tanti dall’indie che ci stanno provando, probabilmente sulla scia di quello che è successo a me, o anche perché qualcuno delle major li nota.

Uno degli ultimi in ordine temporale è Tommaso dei Thegiornalisti, che pare stia scrivendo grandi canzoni.
Sì, infatti. Anche se secondo me gli autori è bene anche crescerli: io sono il primo a cui è capitato di piazzare una mega hit, e immediatamente essere individuato come un autore da parte di un editore. In realtà solo adesso sto cominciando a sentire di scrivere sul serio, anche se ho piazzato dei brani importanti negli ultimi tre anni; forse ancora ad oggi sono ‘episodi’, ed erano figli del fatto che in quel momento lì il mio stile per una combinazione si adattava a quell’esigenza. Ma fare l’autore, di mestiere, è un’altra cosa, e sto cercando di impararlo da gente molto più capace di me come Dario Faini o Matteo Buzzanca, con cui scrivo spesso.

Quindi, in finale: la tua opinione sui talent prima e dopo l’esperienza a X Factor, è cambiata?
Ho sempre cercato di avere un’attitudine legata a un’esperienza diretta, non ho mai amato il trend, sia quello mainstream che quello antagonista. Non ho mai avuto problemi ad ascoltare musica di estrazione diversa: mi ricordo di una volta in cui per fare una news-scherzo per il primo d’aprile scriveste “Nel prossimo disco degli Amor Fou ci sarà la collaborazione di Amedeo Minghi”, ma per me Minghi è stato un artista cardine dell’adolescenza! Una certa scena di hiphop o di cantautorato italiano un po’ sputtanato io l’ho sempre ascoltata perché mi restava, magari non l’ascoltavo con la stessa attenzione che do ai Radiohead, però quando poi per esempio ho iniziato a scrivere le canzoni dentro c’era molto più Venditti che la musica che ascoltavo in quegli anni.
Per quanto riguarda il talent, a me non ha mai intrigato perché non amo lo spettacolo televisivo. Dal punto di vista del prodotto televisivo quindi ho mantenuto le mie riserve, anzi forse le ho anche aumentate perché mi sono sentito quasi disturbato dal livello di protagonismo, di rimbalzo che ha il pubblico. Se tu vedi una puntata di X Factor, il problema non sono tanto i fan sfegatati (perché quelli ci son stati sempre), quanto vedere i genitori o persone di 40 anni che sono lì come se fossero alla settimana della moda o a un “evento in”. C’è un’esasperazione cannibalizzante, alcuni sembrano personaggi di Black Mirror passati dal Billionaire, l’aspetto del costume va troppo oltre non mi coinvolge né mi stimola neanche come osservatore.
Però il discorso dell’investimento e della costruzione del talento è una cosa che fa parte dell’industria della musica pop da sempre. Se prendi i Beatles o mille altri interpreti di musica nera o pop, scopri che la maggior parte di loro sono venuti fuori da audizioni su audizioni, solo che non c’erano riprese, non c’era costruito un hype o uno storytelling, però forse le macchine di ricerca sono state ancora più brutali di adesso. Insomma non è una cosa nata con X Factor. Certo se sei John Lennon probabilmente dai un apporto gigante all’apparato che lavora per te, se invece sei Scanu dai più a Chi, fai l’Isola di Famosi ed esce quella roba lì. Quello che interessa, almeno a me, è cercare di fare in modo che attraverso i talent, il lavoro con le case discografiche, gli editori, etc si riescano ad attivare dinamiche per cui esca fuori un prodotto interessante.
Il problema delle critiche che si leggono su Facebook, che capisco, è che comunque sono critiche parziali: lo so anch’io che Mario Garruggiu è un piccolo Al Bano, ma anche senza il pathos di Al Bano! Il problema è che se la sintesi di 50.000 candidati è questa, non è colpa di nessuno. Se mi dite che c’è un nuovo Lou Reed a Squinzano e noi non l’abbiamo visto, io sono il primo a dire “cavolo ci investo io, gli scrivo io le canzoni gratis”. Ma dov’è il Bowie inascoltato che noi non stiamo notando o escludendo dal gioco? Non c’è, sennò sarebbero le major stesse a cercare di lavorarci insieme.

Nì, nel senso che un Bowie magari non decide di andare a X Factor
No, ma probabilmente non viene neanche fuori dalla scena italiana di questi anni. Io quando ti dico un Bowie intendo un grande artista, con una vocalità importante, un grande stile e una grande capacità di performance, di presenza scenica, di utilizzo interessante dell’estetica. Un artista che sappia prenderti a vari livelli: ti coinvolge perché è una macchina da intrattenimento sul palco, è un comunicatore e usa tutti i suoi strumenti. Se parliamo di successo, la gente vuole ascoltare e vuole vedere, e vuole vedere delle cose di qualità. Se poi le cose sono di bassa qualità, e quella diventa la media e la cifra stilistica di una generazione, ce ne faremo una ragione. Accade sia nel mainstream che nell’indie. Però io l’ho capito perché una Emma Marrone ha venduto 300000 copie e un’altra che magari canta tecnicamente meglio di lei ne ha vendute 400: Emma Marrone è un animale da palcoscenico.Magari il suo stile differisce dal mio, se penso alla musica che mi piace di più in questi anni e che non è il rock, ma non mi stupisce che coinvolga moltissima gente e dal vivo trasmette moltissimo anche a me. A partità di visibilità che hanno avuto tante altre vincitrici di talent tocca delle corde totalmente irrazionali che arrivano anche al fan del rock, del metal, anche a Vasco Brondi.

Te l’ha detto lui?
Certo che sì. Quindi, fermo restando che magari un Bowie non andrebbe a un talent, se oggi io vedessi al MI AMI un ragazzo o una ragazza che sta da dio sul palco, che ha una bella voce, che ha talento… io non gli direi di non provare anche lì, magari gli direi di provare anche all’estero, di farsi vedere in tutti i modi. Secondo me bisogna avere sempre in chiaro di cosa si sta parlando, cioè: X Factor non cerca Dente, non cerca Bon Iver… poi magari dà da cantare ai concorrenti anche le canzoni di Bon Iver perché son bellissime. X Factor cerca, attraverso un lavoro che coinvolga una major discografica, degli artisti pop che devono avere anche dei requisiti scenici che nella cultura italiana sono stati assolutamente boicottati…

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…per colpa dei cantautori
Per colpa dei cantautori, certo, della morale e di tante altre cose. Lo sappiamo benissimo che in Italia, anche in ambito indie, una ragazza che facesse quello che fa Miley Cyrusverrebbe immediatamente bollata e sommersa di insulti.

Guarda già Maria Antonietta, è sempre presa di mira, ed è tutt’altro che una ragazza promiscua
Ecco, figurati se una si mettesse ad alludere… quindi, in finale, noi tiriamo fuori quello che siamo in grado di produrre e quello che ci può rappresentare.

Un po’ come nella politica
Certo, dov’è un Berlinguer? ? Io lo voterei se ci fosse, ma semplicemente l’Italia di oggi non può produrre una figura simile e dobbiamo prenderne atto, soprattutto se restiamo qui. Possiamo continuare a vagheggiare il passato mitico e sparare sul declino o cercare di valorizzare il presente, sporcandoci anche le mani. A X Factor ci sono state tante persone che potevano vantare un background di danza, però noi magari ci ricordiamo di più di quella tipa di Roma un po’ sfigata che è andata alle audizioni a spogliarsi vestita da Wonder Woman. È uscita urlacchiando ‘l’Italia non è pronta’ e il primo a bocciarla era stato Mika che è anglo-libanese! Quello che ha fatto Cosmo nel suo piccolo, cioè di prendere due ragazze e ballare, cantare, creare una scenografia, per molti è apparsa come una cosa trasgressiva mentre in realtà dovrebbe esser normale. Allora se mi si dice che quella dei talent è una macchina che produce prodotti finti ti dico ok, però allora anche una come Beyoncé è un prodotto finto, cioè meno vero del cantautore. Secondo me questa qui è una forma di ignoranza: nel pop c’è dell’arte sopraffina mediata in modi diversi rispetto la musica classica o la canzone d’autore. A X Factor ci sono tante persone con sensibilità diverse che cercano di valorizzare, di dare anche un po’ di educazione, a persone che hanno dei talenti. C’è molta buona fede, il prodotto finale può anche essere discutibile, ma all’interno è tutto molto più artigianale di quanto si possa credere, anche troppo, nel senso che un problema che ho riscontrato è stata la mancanza di rigore. Ci si adatta troppo ai capricci, sia dei giudici che dei ragazzi.

Fonte: Rockit